Oltre ottanta opere, dall’antico Egitto all’arte contemporanea, raccontano le molte vite del frammento. Un percorso tra distruzione, memoria e trasformazione che mette in dialogo la fragilità della materia con la sua sorprendente capacità di attraversare il tempo.

Un frammento del volto di Akhenaton scolpito oltre tremila anni fa, una monumentale mano romana separata dal corpo a cui apparteneva, sculture corrose dall’acqua e segnate dalla guerra. E poi i corpi e le forme frammentate dell’arte moderna e contemporanea, da Auguste Rodin e Louise Bourgeois fino a Huma Bhabha, Francesco Vezzoli e Danh Vo.
Opere separate da secoli si ritrovano nello stesso spazio e sembrano mettere alla prova la nostra idea di ciò che è integro, compiuto, destinato a durare. Un continuo cortocircuito tra antico e contemporaneo che Broken. Il potere del frammento, la nuova mostra di Palazzo Strozzi inaugurata il 25 settembre, costruisce uno dei suoi dialoghi più affascinanti: ciò che per alcune opere è il risultato del tempo, della distruzione o della perdita diventa, per altre, una scelta e un linguaggio.

Fino al 24 gennaio 2027, la mostra riunisce oltre ottanta opere in un percorso che attraversa civiltà, epoche e geografie lontanissime, dall’antico Egitto alla Grecia e a Roma, fino alla scultura moderna e contemporanea. Organizzata con la National Gallery of Art di Washington, dove arriverà nella primavera del 2027, l’esposizione indaga il frammento non soltanto come ciò che sopravvive alla distruzione di un’opera, ma come forma capace di acquisire nel tempo nuovi significati.
Ed è proprio questa vicinanza tra passato e presente a far emergere un paradosso che accompagna la visita: la fragilità della materia e, insieme, la sua straordinaria capacità di permanere. Corpi mutilati, superfici corrose, immagini private della propria integrità sono riusciti ad attraversare secoli e millenni e continuano, ancora oggi, a esercitare la propria forza.
Le molte vite del frammento
Il percorso parte dalle diverse ragioni per cui un’opera può arrivare fino a noi incompleta. Il tempo e gli eventi naturali sono soltanto alcune: guerre, iconoclastie, trasformazioni politiche e religiose, colonialismo e vandalismo hanno lasciato segni altrettanto profondi sulla storia della scultura.

Ad aprire la mostra sono i resti del Monumento funebre a Margherita di Brabante di Giovanni Pisano, realizzato tra il 1312 e il 1314, seguiti da frammenti provenienti da epoche e culture molto distanti tra loro. Tra questi, il naso e le labbra di Akhenaton, databili intorno al 1350 a.C. e provenienti dal Metropolitan Museum di New York, una protome etrusca del VI secolo a.C., una testa di Afrodite del II secolo a.C. e un frammento di scultura buddista vietnamita dell’VIII secolo.
La mostra affronta poi la distruzione intenzionale delle immagini. Dai resti di un monumento equestre dell’Agorà di Atene, abbattuto intorno al 200 a.C., ai frammenti dei monumenti a Luigi XIV e Luigi XV distrutti durante la Rivoluzione francese, fino al busto di Mussolini di Adolfo Wildt, perforato dai colpi inferti dai partigiani dopo la Liberazione: la rottura diventa testimonianza dei cambiamenti politici e sociali che le opere hanno attraversato.
Dalla guerra all’alluvione di Firenze
Altre opere conservano invece le conseguenze dei conflitti e delle calamità. Due teste in gesso di Antonio Canova portano i segni dei bombardamenti della Prima guerra mondiale, mentre una figura femminile neoittita proveniente da Tell Halaf e la cosiddetta Pietà di Praga furono gravemente danneggiate durante la Seconda guerra mondiale.
Particolarmente efficace nel raccontare l’azione della natura è il Ragazzo accovacciato, scultura dell’inizio del I secolo a.C. recuperata dal relitto di Anticitera: la parte rimasta protetta dalla sabbia si è conservata, mentre quella esposta all’acqua marina è stata corrosa nel corso di circa due millenni.
Il percorso tocca anche una ferita profondamente legata alla storia di Firenze. Il Cristo portacroce proveniente dal Museo di San Marco conserva ancora, nonostante il restauro, le tracce dell’alluvione del 1966. Il danno diventa così parte della storia dell’opera e testimonianza dell’evento che l’ha attraversata.
Il frammento come linguaggio
Da Michelangelo ad Auguste Rodin e Medardo Rosso, il percorso mostra poi il momento in cui la figura parziale acquista progressivamente autonomia. Il frammento non è più necessariamente il risultato di una perdita: può diventare una precisa possibilità espressiva. È il caso, per esempio, de L’Homme qui marche di Rodin, un corpo privo di testa e braccia in cui la figura parziale diventa strumento di movimento e intensità espressiva.
È una ricerca che attraversa il Novecento e arriva all’arte contemporanea con Louise Bourgeois, Huma Bhabha, Robert Gober, Adrián Villar Rojas e Danh Vo, tra gli altri. Nell’ultima sala, Paul Pfeiffer porta questa riflessione sul corpo nel presente, scomponendo la figura di Justin Bieber in parti anatomiche separate, riconoscibili anche attraverso i tatuaggi riprodotti sulla pelle. Corpi incompleti, parti isolate e forme frammentate diventano così strumenti per interrogare identità, memoria e trasformazione.

Ed è forse in questo passaggio che il dialogo costruito da Broken tra opere antiche e contemporanee diventa più evidente: da una parte il frammento come conseguenza della storia, dall’altra il frammento come scelta artistica. Lo rende particolarmente evidente anche The Elephant in the Room (Otto von Bismarck) (2023) di Julius von Bismarck, monumentale scultura cinetica in cui la figura a cavallo si scompone e si ricompone davanti allo spettatore, trasformando la frammentazione in un processo continuo.

Un altro passaggio della mostra riguarda il modo in cui il frammento può essere ricomposto, reinterpretato o deliberatamente creato. La Fanciulla africana del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, per esempio, unisce una testa ellenistica in bronzo a un corpo realizzato nel Cinquecento, secondo una logica lontana dall’idea contemporanea di restauro. In The Swan (2023), Francesco Vezzoli mette invece insieme una testa-ritratto romana del II secolo d.C. e un busto tardorinascimentale, facendo della ricomposizione stessa parte dell’opera.
Tra fragilità e permanenza
A tenere insieme il percorso rimane una tensione che emerge con particolare forza nell’accostamento tra opere lontanissime nel tempo. Pietra, bronzo, marmo, gesso e legno sono materiali vulnerabili: possono spezzarsi, corrodersi, essere mutilati o perdere il proprio contesto. Eppure alcune delle opere riunite a Palazzo Strozzi hanno attraversato secoli o millenni continuando a conservare una forte capacità espressiva. Il frammento diventa allora non soltanto la testimonianza di ciò che è andato perduto, ma anche una forma autonoma attraverso cui leggere ciò che è sopravvissuto.

Broken. Il potere del frammento
Palazzo Strozzi, Firenze
25 settembre 2026 – 24 gennaio 2027
La mostra è organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi e dalla National Gallery of Art di Washington ed è curata da C.D. Dickerson III e Andrew Sears, in collaborazione con Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi.
Dopo Firenze, Broken. Il potere del frammento sarà presentata alla National Gallery of Art di Washington dal 3 marzo al 27 giugno 2027.