Una clinica di lusso immersa nelle atmosfere degli anni Venti e Quaranta, un gruppo di personaggi attraversati da desideri, rivalità, fragilità e possibilità di rinascita e una drammaturgia musicale costruita intrecciando arie, scene e duetti provenienti da opere diverse.
Si presenta così Villa Belcanto, nuova produzione firmata dal Mascarade Opera Programme e dalla New Generation Foundation di Firenze, in scena il 30 maggio 2026 al Teatro Regio di Parma. Più che una semplice opera, il progetto si costruisce come un racconto corale capace di muoversi tra memoria individuale e dimensione collettiva, mettendo in dialogo repertorio lirico e sensibilità contemporanea.
Da Donizetti a Tchaikovsky fino a Handel, la musica accompagna un progressivo slittamento emotivo e psicologico all’interno di uno spazio ambiguo, dove ciò che dovrebbe proteggere e curare finisce anche per organizzare, controllare e definire le relazioni tra gli individui.
Alla regia c’è Federico Grazzini, tra i nomi più interessanti della scena operistica contemporanea, da anni impegnato in un lavoro di ricerca capace di avvicinare il linguaggio dell’opera a una dimensione più teatrale, visiva ed emotiva. In questa intervista ci racconta Villa Belcanto, il lavoro con i giovani artisti del Mascarade Opera Programme e il modo in cui oggi l’opera può ancora parlare anche a chi pensa di esserne distante.
Federico Grazzini: “L’opera torna vicina quando smette di essere un oggetto museale”
Villa Belcanto nasce dall’intreccio di frammenti musicali e teatrali provenienti da opere diverse. Da dove è nata l’idea di costruire un unico racconto corale?
«L’idea è nata dal desiderio di proseguire idealmente il percorso iniziato con Grand Hotel de l’Opéra nel 2025, ma cambiando completamente prospettiva. Se il primo spettacolo era immerso nella nostalgia della Belle Époque, Villa Belcanto è ambientato negli anni Quaranta, in una comunità sospesa nel tempo.
La sfida era far dialogare frammenti provenienti da opere molto diverse non attraverso una trama tradizionale, ma attraverso grandi temi umani universali e le diverse età della vita. Le arie e i duetti diventano così momenti di vita attraversati da personaggi che abitano lo stesso luogo».

«Volevo che Villa Belcanto fosse percepito come un organismo vivente, in cui ogni personaggio rappresenta un diverso modo di affrontare il tempo, la fragilità e il bisogno di appartenenza. Allo stesso tempo mi interessava mantenere una precisa gerarchia di ruoli – medici, infermieri e pazienti – per raccontare una piccola comunità capace di diventare specchio della società contemporanea».
La clinica di lusso tra anni Venti e Quaranta restituisce un immaginario quasi cinematografico, tra eleganza e inquietudine. Ci sono stati riferimenti visivi, atmosfere o linguaggi che hanno influenzato la costruzione dello spettacolo?
«Sì, moltissimi. Volevo costruire un mondo realistico ma anche mentale, elegante ma leggermente deformato. Ci sono suggestioni che arrivano dal cinema del Novecento – soprattutto David Lynch e Wes Anderson – ma anche immagini della fotografia ospedaliera degli anni Quaranta, dell’estetica Art Déco e dell’immaginario dei sanatori.

Con Anna Bonomelli abbiamo lavorato su uno spazio che conservasse tracce del vecchio Grand Hotel: lampadari, boiserie e arredi eleganti trasformati però in qualcosa di ambiguo e fragile. Mi interessava quell’equilibrio sottile tra protezione e controllo, accoglienza e disciplina».
Pur partendo dal repertorio lirico, Villa Belcanto affronta temi molto contemporanei: controllo, fragilità, desiderio di appartenenza, paura del fallimento. Quanto questo progetto parla anche del presente?
«Per me l’opera parla sempre profondamente del presente. Cerco sempre di specchiare la società di oggi nei titoli che affronto. Viviamo in una realtà sempre più organizzata intorno a sistemi di cura, controllo, efficienza e prestazione. Sono strutture necessarie, ma che rischiano continuamente di diventare impersonali. Villa Belcanto nasce proprio da una domanda: come possiamo vivere insieme senza ridurre le persone a una funzione, a una diagnosi o a un ruolo?».
«La cura può essere ascolto, presenza ed empatia, ma può anche trasformarsi in protocollo e perdita di umanità. La comunità rappresentata in Villa Belcanto cerca continuamente di aggiustare ciò che appare fragile o fuori asse, ma si interroga anche sul confine oltre il quale il desiderio di proteggere rischia di trasformarsi in una forma di controllo. È proprio lì che cura, giustizia e abuso iniziano a diventare concetti più ambigui».
Molti giovani continuano a percepire l’opera come un linguaggio distante o elitario. Secondo lei cosa può renderla oggi più vicina alle nuove generazioni senza snaturarne la complessità?
«Credo che il problema non sia la complessità dell’opera, ma il modo in cui viene raccontata. I giovani oggi sono abituati a linguaggi sofisticati; cinema, serie tv, videogiochi e non hanno paura della complessità. Quello che percepiscono come distante è piuttosto una certa rigidità.
L’opera torna immediatamente vicina quando smette di essere trattata come un oggetto museale e torna a essere esperienza umana, emotiva, perfino fisica. I grandi personaggi dell’opera parlano ancora di desiderio, paura, fallimento e bisogno d’amore. Temi che restano profondamente contemporanei».
Lo spettacolo coinvolge artisti formati all’interno del Mascarade Opera Programme. Com’è lavorare con una nuova generazione di interpreti che vive il palcoscenico e il rapporto con il pubblico in modo diverso rispetto al passato?
«È una delle parti più stimolanti del progetto. Oggi molti giovani cantanti non si percepiscono più soltanto come voci, ma come interpreti completi, molto attenti alla dimensione scenica, fisica e narrativa. Hanno un rapporto diverso con il pubblico e con l’immagine: sono cresciuti in un mondo dominato dal linguaggio visivo e dalla comunicazione immediata, e questo li rende spesso molto istintivi e presenti sulla scena.

Con Mascarade si crea un ambiente fertile, perché c’è spazio per la ricerca, il rischio e il lavoro collettivo. Villa Belcanto è nato proprio da questo dialogo continuo tra musica, teatro e interpreti».
Oggi il pubblico è abituato a linguaggi molto rapidi e visivi, dal cinema alle serie tv. Quanto questo influenza il modo di pensare e costruire uno spettacolo d’opera?
«Influenza moltissimo il modo in cui costruiamo il ritmo e la percezione dello spettacolo. Oggi il pubblico legge immediatamente immagini, relazioni e sottotesti e questo significa che anche nell’opera bisogna pensare la scena come qualcosa di vivo e in continua trasformazione.
Eppure credo che l’opera abbia una forza che il linguaggio contemporaneo spesso ha perso: la capacità di fermarsi dentro un’emozione. Una grande aria può sospendere il tempo e costringerci ad ascoltare davvero».
Qual è l’immagine, o magari la sensazione, che spera rimanga allo spettatore una volta uscito da Villa Belcanto?
«Spero rimanga soprattutto una sensazione di fragilità condivisa. In Villa Belcanto nessuno è completamente forte o completamente fragile, vittima o carnefice. Tutti i personaggi cercano disperatamente un modo per restare parte della comunità senza perdere sé stessi. Mi piacerebbe che lo spettatore uscisse con la percezione che la cura non sia qualcosa di astratto o puramente medico, ma una responsabilità profondamente umana e collettiva.
In fondo è forse proprio qui che Villa Belcanto trova il suo nucleo più interessante: nel tentativo di utilizzare il linguaggio dell’opera per interrogare il presente».

Villa Belcanto al Teatro Regio di Parma
Affidato alla regia e drammaturgia di Federico Grazzini, con scene e costumi di Anna Bonomelli, Villa Belcanto, nuova produzione di Mascarade Opera e New Generation Foundation, debutterà sabato 30 maggio alle ore 19 al Teatro Regio di Parma, con la partecipazione della Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna, diretta dal Maestro Wyn Davies. Sul palcoscenico, gli artisti del Mascarade Opera Programme: Benjamin Gautier (baritono), Anna-Helena MacLachlan (mezzosoprano), Mariam Suleiman (soprano), Taylor Wallbank (tenore), Vuyisa Xipu (tenore), Ferdinand Muradyan (basso), Charles Buttigieg (baritono), insieme ai répétiteurs Jamie Andrews e Aya Robertson.
I biglietti sono disponibili presso la biglietteria del teatro e online sul sito del Teatro Regio di Parma.