Michael Alexander Campbell: la pittura e la residenza a Firenze con Tamburini Projects

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Cominciare a dipingere a sedici anni è un percorso che porta a molti bivi. Col tempo si può persino pensare di smettere, convinti che negarsi la pittura possa incanalare l’energia in una direzione più definita, come un fiume costretto tra argini artificiali. Ma la creatività non reagisce bene al confinamento e questo l’artista Michael Alexander Campbell lo ha imparato presto.

Oggi, a ventisette anni, Campbell espone a New York e ha da poco concluso una residenza artistica a Firenze con Tamburini Projects, realtà fondata da Leonardo Villarrubia nel 2020 che promuove artisti emergenti da tutto il mondo. Si è formato alla Lancaster University in Inghilterra, dove ha conseguito con lode una laurea in Belle Arti e continua a dipingere tele che vibrano di energia e colore.

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I suoi lavori, spesso basati su fotografie, ereditano geometrie e strutture ma vengono astratti fino a rendere quasi impossibile identificare il soggetto originale. «Il soggetto è più transitorio delle forme di cui è composto», spiega Michael. È la composizione a custodire la forza narrativa del dipinto, non il soggetto, proprio come accade nei miti: dove cambiano i personaggi, sopravvivono le storie.

L’intento è creare opere che accolgano chi osserva, dipinti che «fanno la maggior parte del lavoro senza essere didascalici», che invitano a popolare le tele con personaggi della propria immaginazione, aprendosi al mistero senza risultare indecifrabili. In questo equilibrio tra chiarezza e apertura risiede la grazia della pittura di Campbell, capace di trasmettere leggerezza pur mantenendo una carica visiva intensa.

Il colore, nei suoi dipinti, viene applicato con una libertà che non teme errori. «Mi venne detto che limitare la palette di colori potesse stimolare la mia creatività, ma non sono assolutamente d’accordo. Ci sono già abbastanza limiti nella vita e nell’arte: perché imporne altri?» riflette l’artista.

La residenza artistica a Firenze con Tamburini Projects

Leonardo Villarrubia e Michael Alexander Campbell nello studio Tamburini Projects © Mobina Mirzaei

La sua crescita artistica si è intrecciata con luoghi diversi: la Svizzera, la Scozia, New York e più recentemente l’Italia. Dal villaggio di Zuoz, dove sculture e installazioni di artisti come Not Vital e James Turrell hanno segnato il paesaggio della sua infanzia, alla frenesia di New York con la sua energia «vorace». Firenze, invece, è difficile da raccontare a parole: «Ci vuole tempo per capire in che modo un luogo ti ha plasmato, forse una generazione». 

Invitato da Leonardo Villarrubia a partecipare al programma di residenze artistiche di Tamburini Projects, Campbell ha trovato a Firenze una dimensione che si è trasformata in rifugio creativo. Quella che doveva essere una breve permanenza si è allungata di un mese, perché smettere di dipingere, semplicemente, non era possibile. La città è diventata un sogno abitabile, un luogo in cui le giornate scorrevano tra il lavoro e la ricerca artistica per le vie di Santo Spirito, che hanno ispirato anche i titoli di alcune opere.

Incontrare Michael nello studio al civico 7 di via Maggio significa scoprire una calma discreta, la stessa con cui accenna al percorso che lo ha portato fin qui. Non serve spiegare tutto. A raccontare i suoi lavori basta la vitalità silenziosa dei contrasti e la consapevolezza di chi, pur sapendo dove andare, sa lasciare spazio all’imprevisto.

Michael Alexander Campbell durante la residenza da Tamburini Projects © Mobina Mirzaei

Chi è Michael Alexander Campbell

Michael Alexander Campbell (1999, Regno Unito) è un artista cresciuto in Svizzera. Ha studiato Belle Arti alla Lancaster University in Inghilterra, laureandosi con lode, e ha svolto l’apprendistato con l’acclamato artista Julian Schnabel a New York. Nella sua pratica attuale, Campbell crea dipinti a olio di grandi dimensioni che si soffermano sul momento appena prima della rappresentazione. Traendo spunto da immagini fotografiche, distorce l’originale finché non ne rimane solo la struttura sottostante, distillando forme, ritmi e tensioni compositive essenziali. Ciò che rimane è un’eco di un’immagine libera dal peso del suo soggetto – in cui la narrazione permane al di là della sua forma immediata. Le opere sono caratterizzate da un uso magistrale di colori vibranti, a tratti quasi psichedelici, che creano un’esperienza visiva immersiva ed evocativa che coesiste con pennellate meticolose e classiche. Il risultato è un corpus di opere allo stesso tempo grezzo e raffinato.

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